Diario della Thailandia 2015: continuare a sognare

Sensazioni, emozioni, sogni thailandesi.

La mia avventura è nata diversi anni fa, dopo essermi licenziata da una vita ordinaria per inseguire il richiamo della mia anima e ho viaggiato alcuni mesi in Thailandia.

Sono passati diversi anni, ho fatto tanti viaggi, ma ogni tanto, spesso, sento il bisogno di tornare in Thailandia, per ricordarmi chi ero, quali erano i miei sogni e che, se anche alle volte ho avuto l’impressione di essermi allontanata un po’ da quella strada, non ho mai perso di vista la meta e ancora oggi continuo a cercare il gusto della mia anima, ancora oggi continuo a inseguire il mio sogno.

Sono ripartita per un nuovo viaggio da sola, zaino in spalla, due mesi in giro per il paradiso.

Georgia Briata
www.ilgustodellanima.it

geo.briata@gmail.com

Koh Phangan, 2 Marzo 2015

Arrivare in Thailandia questa volta non è stato facile, la gioia di partire con un volo serale e quindi scampare la consueta notte in aeroporto a Malpensa, è stata sostituita da un’inquietante curiosità per il volo Air India in ritardo di tre ore.

La Signorina al controllo biglietti, evidentemente in una favolosa fase di pensiero positivo, è convinta che questo non significherà perdere la coincidenza che da Delhi mi porterà a Bangkok, nonostante la durata del transito sia proprio di 3 ore… ovviamente ha torto.

Dopo una lunga attesa nell’aeroporto Indiano e dopo averci proposto lo stesso volo di quello perso, ma 24 ore dopo (What??? Quasi quasi preferivo l’ottimismo dell’hostess new age) finalmente ci riproteggono su un volo Delhi-Mumbai, in business class…!

Salgo sul volo, mi sembra di essere una bambina che esce di casa per la prima volta, i sedili sono ampi e si allungano come letti, la coperta e il cuscino non mi fanno venire i capelli elettrici e nell’aria c’è qualcosa che… profumo?!

L’assistente che sembra il Capitano Stubing del telefilm “Love Boat” ci porta subito un panno umido per rinfrescarci e un succo che mi ridona vita dopo le assetate ore di attesa.

Mi sistemo comodamente, iniziando a schiacciare tutti i tasti del poggiabraccia per vedere cosa muovono, e rido da sola.

... Poi noto alla mia destra una signora che mi guarda con faccia inorridita e si copre il volto con un velo (avrò sbagliato destinazione?)

...E alla mia sinistra quello che immagino essere un pilota della linea aerea che torna a casa, vestito tutto lindo e profumato con la sua bella uniforme bianca che fa spiccare ancora di più gli scuri tratti indiani… anche lui mi fissa come se avesse visto un alieno.

Al chè finalmente prendo coscienza del fatto che sono in una costosissima business class, vestita con gli stessi ormai non più profumati (oh my god!) vestiti da più di due giorni, che definirei abbigliamento da battaglia (Jeans consumati, scarpe da ginnastica, felpa legata in vita, t-shirt) e comprendo gli sguardi straniti degli altri passeggeri. Che ridere.

Altra sosta in india a Mumbai, e poi, con 12 ore di ritardo (per fortuna in ottima compagnia di una coppietta davvero deliziosa, miei compagni di sventura da Delhi in poi), alle 7.30 di mattina arrivo a Bangkok. Ben due ore nel traffico per arrivare a Kao San Road, la via che di solito uso come base quando arrivo in città.

Ma cosa faccio ora?

La notte ormai è persa, non voglio restare troppo perché è una città estremamente pesante per me. Prendo una stanza per qualche ora per riposare e fare una doccia, e alle 18:00 eccomi di nuovo in viaggio con il bus notturno da Bangkok a Chumphon per prendere, all’alba, il traghetto che mi porterà alla mia prima destinazione. Koh Phangan.

Viaggio da incubo, bus vecchissimo addobbato come un albero di natale, aria condizionata a palla, un’orribile puzza proveniente dal piccolo WC che con il passare delle ore aumentava. Tutto regolare come i tanti spostamenti già fatti in Thailandia in passato.

Arriviamo al piccolo porto di Thong Sala a Koh Phangan, io fiera del mio bagaglio a spalla di soli 10kg scendo per prima senza dover passare nella ressa delle valige ammassate, tranquilla come se stessi entrando nel salotto di casa mia, e un po' così mi sento.

Un omino thai mi viene incontro offrendomi il suo taxi, che viene fuori essere una moto, e mai come ora sono felice di poterne approfittare grazie ad uno zaino così poco ingombrante. Così nel giro di pochi minuti eccomi sfrecciare con il mio amico centauro (faremo si e no i 30 km orari) verso la mia meta dove, sono sicura, troverò la salvezza dell’anima.?.

Ed eccomi finalmente vicino al villagio di Sri Tanu, all’Orion Healing Center, dove resterò per i prossimi 10 giorni per digiunare e ripulirmi dal grigiore della città e di ricordi non più utili.

Come ricordavo dall’ultimo viaggio qui di due anni fa, è un luogo bellissimo in riva ad un mare così cristallino da sembrare una piscina, circondato da una natura verde e ancora selvaggia a pochi minuti dal paese semi deserto.

Una struttura centrale dove si trova il piccolo ristorante con cuscini ed amache su cui impigrirsi nei caldi pomeriggi Thailandesi, palme, graziosi bungalows perfettamente integrati nel paesaggio, una pagoda per lo yoga. Magnifico.

Inizio il digiuno, che è meno difficile e meno pesante di quanto uno possa aspettarsi, sarà che lo fanno quasi tutti e come si dice: mal comune...

Le giornate trascorrono serene, intervallate dagli appuntamenti per il latte di cocco, o il brodo, o gli integratori, o la pulizia del colon… che gioia… e nell’aria si ascolta sempre una lieve musica che arriva dai momenti di meditazione o dalle lezioni di yoga.

E tutto si muove così, lento, tranquillo, cullato dal vento e dal rumore delle leggerissime onde, dal volo degli insetti, dal canto degli uccelli. L’italia, la città, la realtà degli ultimi 38 anni, sono ancora una volta molto lontane, e ancora una volta mi sembra impossibile essere la persona che vive quella vita che conosco ed anche la persona che vive questa strana vita parallela.

Anche questa volta, come spesso mi è successo con la Thailandia, non so con chiarezza perché sono qui, sapevo solo che dovevo venire, cosa porterà lo scoprirò nelle prossime settimane, ma un giorno alla volta.

Del resto come ogni cosa nella vita.

Koh Phangan, 15 Marzo 2015

Perché Thailandia?

È la quarta volta che vengo in Thailandia. Ogni volta che posso, che ho dei soldi, che ho delle settimane, vengo qui. Ma spiegare il perché non è facile.

La prima volta è stata nel 2007 ed è stata la linea di confine rispetto ad una vita che non sentivo più mia. Lasciata quella vita, girato la Thailandia per quasi tre mesi, a quella vecchia vita fatta di ufficio, routine, treno di pendolari, non sono più riuscita a tornare.

Questo paese mi ha fatto qualcosa, un incantesimo… O forse una maledizione… non lo so, so solo che ogni volta che torno a casa, dopo un certo periodo, a volte mesi, a volte anni, ad un certo punto la Thailandia diventa una malattia. I ricordi iniziano a diventare dolorosi, e l’unica cosa che posso e riesco a fare è tornare.

Ma che cos’è la Thailandia per me?

Rappresenta quel luogo dentro di me in cui tutto è possibile, in cui vive la magia, in cui avvengono i miracoli, solo che lo vivo all’esterno, posso interagire con le cose, con le persone, posso partecipare al miracolo, posso essere il miracolo.

Tutti hanno dentro di sé un luogo del genere e tutti hanno nel mondo un luogo che corrisponde esattamente a quello spazio interiore, uno spazio in cui potersi guarire, conoscere, amare. Tutti hanno quel luogo speciale, solo che non lo sanno perché magari non ci sono mai arrivati.

Ma io si.

Come si può vivere una vita sapendo che quel luogo esiste e non fare di tutto per tornarci, almeno di quando in quando?

Ma ancora di più, come si può vivere senza trovare quel luogo?

Come si può vivere senza conoscere mai quel se stesso felice, rilassato, sano, nel massimo potenziale, nel massimo della fiducia?

Come si fa?

O forse è meglio non scoprirlo mai e continuare a credere di essere quello che ci hanno insegnato che siamo?

Quello che è certo è che a me non è più concesso rimanere nel dubbio, quella pagina, in quel libro, l’ho già girata, l’ho già letta e non posso più far finta che non esista.

Non so se è il luogo, o l’alchimia del luogo con la mia energia, ma dopo qualche settimana, spesso addirittura dopo qualche giorno, il mio corpo inizia a cambiare. Il mio viso, la mia salute, tutto sembra tornare ad una sua ancestrale armonia, tutto inizia a muoversi come secondo un’antica danza perfetta, semplice, fatta di piccole cose dolci, pulite, sentite, che mi nutrono. E non è perché qui le preoccupazioni sembrano appartenere ad un altro universo, ma perché qui nessuno ha bisogno di essere niente di diverso da ciò che è, qui nessuno ha bisogno di cercare di conquistare niente, di conquistarsi il diritto di vivere.

Eppure questa Thailandia è sempre diversa, e così io.

Spesso mi trovo a confrontare i ricordi di quella prima incredibile esperienza, con la realtà di una Thailandia che è tutto tranne che perfetta, piena di fortissimi contrasti, di giochi continui tra la luce e l’ombra dei thailandesi e della loro cultura.

Ogni volta l’illusione di aver trovato un paradiso si diluisce un po’, come quel vestito che da ragazzina amavi tanto, ti calzava perfetto e ti faceva sentire una principessa. Gli anni passano, quel vestito pian piano invecchia, come te, non ti sta più così bene, ma non te lo dice il cuore di chiuderlo in un cassetto. Non ancora. Non sei pronta. E così ogni tanto lo indossi, ti specchi, non capisci se a cambiare sei stata tu o lui, eppure ha ancora quella magia che nessun altro vestito ha mai avuto.

Anche qui in Thailandia c’è qualcosa che ogni volta sembra cambiare tutto completamente anche se è magari un unico particolare, ma è quel particolare che improvvisamente riempie tutto, oppure svuota tutto.

Come il thai coffee con il latte condensato, che 8 anni fa trovavo ovunque e poi è scomparso, come se non fosse mai esistito.

O i branchi di cani selvatici che alle volte diventavano addirittura pericolosi, questa volta, almeno qui a Koh phangan sono scomparsi e sono invece comparsi diversi ristoranti vegani e scuole di yoga.

O ancora i fisherman pants, i pantaloni thai che tradizionalmente vengono utilizzati dai pescatori (da qui il nome), molto larghi che si adattano ad ogni taglia e ad ogni statura, che prima erano esposti ovunque e quasi non si poteva acquistare altro, e che ora sono stati sostituiti da pantaloni così variopinti da sembrare quasi ipnotici.

E io sono qui immersa in una natura da cartolina, la tranquillità delle spiagge semi deserte, le sere tranquille con il sonno che arriva in fretta, il rumore del mare. L’isola di Koh Phangan è veramente un piccolo paradiso, come tante altre isole in questa terra meravigliosa. Famosa per il full moon party che si svolge nel sud dell’isola, regala anche angoli dedicati ad un altro spirito, non quello dei secchielli stra colmi di cocktail, ma quello divino, quello dell’integrità di corpo, mente e anima.

E poi spiagge mozzafiato, snorkeling in una barriera corallina non eccezionale, almeno quella che ho potuto vedere io nel nord, ma sfondo di gradevolissimi tour in barchette così piccole che quando ti ci fanno sistemare in 20, ti danno tante di quelle raccomandazioni (non alzarti, non muoverti, non fumare… respirare?) da desiderare di farti il segno della croce, ma ops, vietato anche quello sennò affonda.

Bellissimo, un sogno, un paradiso.

Ma questa non è la Thailandia che conoscevo, che sono venuta a ritrovare. Il nord, ecco quello che cerco, il verde della giungla, la pace dei templi, l’odore dei fritti.

Questo ritroverò da domani, lasciando quest’isola e risalendo verso Bangkok e poi Chiang Mai, e poi chissà. Ora so che non sono fatta per il paradiso, non mi ci riconosco.

Ma ci ho messo un po’ a capirlo… ci sono luoghi, energie, tempi, in cui è facile perdersi, fermarsi, dimenticare che stavi viaggiando, che ti stavi muovendo verso qualcosa. Questo mi è accaduto nelle ultime settimane, dovevo restare qui nel piccolo paese di Sri Tanu al massimo dieci giorni, per fare il digiuno, recuperare le forze e poi ripartire. Sola, come in tutti i viaggi che più ho amato. Ma poi qualcosa è successo.

Le persone.

Ecco cosa mi è successo.

Di solito sono molto gelosa dei miei spazi, del mio tempo, dei miei luoghi “sacri” in cui meditare e ritrovare me stessa, per questo viaggio da sola, ma questa volta l’unica disponibilità per dormire all’Orion Center era il dormitorio, e mi sono detta:

"Perché no? Devo rimanere solo pochi giorni"

E addirittura per giorni eravamo solo due in uno stanzone per 14.

"Che fortuna mi dicevo".
Come sbagliavo.

Pian piano il digiuno finiva e i letti si riempivano. E così il mio cuore, che svuotandosi da vecchi ricordi ha iniziato a fare spazio a nuovi visi, nuove parole, nuovi abbracci.

E così queste persone sconosciute, nel dormitorio come nei luoghi comuni in cui il cibo e la mancanza di cibo sembravano essere gli unici discorsi di “peso”, sono diventate la cosa importante.

Prima l’osservare le stranezze e le singolari inclinazioni di ognuna, con curiosità mista a fastidio, imparare pian piano ad apprezzarle e poi addirittura ad amarle… per vedere che quelle stesse stranezze potevo accettarle in me stessa… sentirmi libera e autorizzata ad esprimermi senza la sensazione di invadere gli spazi degli altri, con il piacere di avvertire che l’invasione altrui nei miei momenti, era in verità un enorme dono.

Ora so che uno dei motivi per cui amo così tanto la Thailandia è che quando sono qui l’unica cosa importante sono gli altri. Tutti quegli altri che mi circondano. Il tempo è speso non tanto nell’osservare e vivere i luoghi, per quanto meravigliosi, quanto ad ascoltare le persone, a condividere esperienze, emozioni, paure e sogni. Ecco cosa manca nella vita di ogni giorno, questo contatto vero, semplice, spontaneo. Il tempo di parlare per parlare, per ascoltare, per conoscere davvero. E se è vero che nessun uomo è un’isola, a volte è proprio un’isola che può aiutare a ricordare che cosa questo significhi.

E così, dopo alcune settimane comprendo che quello che ogni volta torno a cercare qui in Thailandia, non è il luogo che anni fa ho visitato e lasciato, ma una persona che qui ho conosciuto, che mi ha sorpresa, che ho amato. Ed è quella persona che ogni volta torno a cercare perché spesso a casa mi dimentico che volto abbia. Qui, lasciando andare tutto ciò che credo di dover trattenere per non sentire mancanze ma che in realtà crea solo eco nel vuoto, qui ritrovo quella persona, ne ricordo il nome, ne rivedo il volto, ed è il mio.

Bangkok, Thailandia, 17 Marzo 2015

Qualche giorno fa ho lasciato Koh Phangan, in parte dispiaciuta, ma non vedevo l’ora di risalire verso il nord.

Il taxi mi porta al porto internazionale di Thong Sala, che non si può definire proprio moderno… la biglietteria è un gabbiotto che sta in piedi per miracolo, la zona ristoranti una riga di carretti ambulanti di fritti, succhi e inquietanti cose che non posso credere siano commestibili, piazzati al sole lungo la banchina di attracco.

La sala di aspetto una tettoia senza pareti, con le sedie più sporche che io abbia mai visto, ovviamente insufficienti per i tanti viaggiatori in attesa che pian piano si accumulano ed iniziano a sedersi per terra.

Faccio il check-in, mi appiccicano addosso due adesivi colorati che indicano la mia destinazione e sembro appena uscita dalla discoteca.

Tra la folla di persone in infradito e abitini inesistenti che già so, vedrò tremare nella terrificante aria condizionata del Ferry e del bus, vedo una ragazza vestita esattamente come me, secondo la sapiente e antica saggezza europea: jeans leggeri, canotta, felpa in vita e scarpe da ginnastica. Solita tenuta da battaglia insomma.

Siamo le uniche abbigliate così. Le cose sono due, o è italiana o…

... Maria, di Madrid, e certo! Prima o poi tutti conoscono una Maria di Madrid e oggi è arrivato il mio momento, è quasi un passo iniziatico che, sono certa, mi stia consacrando a cittadina del mondo, sono pronta!.

Ovviamente facciamo subito comunella, saliamo sulla nave, che invece di 3 ore ne impiega 5, invece che portarci sulla terra ferma a Surat Thani come scritto nel biglietto, ci porta a Chumphon. E il bus notturno (allestito più assurdo che mai con tende verdi da letto a baldacchino e un’intera fioriera che prende tutto il vetro davanti, ma perché???) invece di farci arrivare a Bangkok alle 6.30 del mattino ci scarica nel pieno della notte, alle 3.30.
Tutto regolare.

Non sai come, non sai che strada farai, sai solo che prima o poi arrivi.

Troviamo una stanza che, non si capisce come, decidiamo di dividere, si vede che la mia anima proprio non è pronta a lasciare andare gli altri.

Dopo una breve notte di sonno, iniziamo a girare per la zona di Kao San Road e Rambuttri village e, forse per il meraviglioso e tranquillissimo effetto sedante di Koh Phangan, (non ne potevo più), o forse come conseguenza del digiuno non lo so, guardo queste incasinatissime, sporchissime e puzzolenti strade... e me ne innamoro.

Così.
A tradimento.

Improvvisamente non mi sembrano così brutte, così sporche, così rumorose. L’odore dei fritti, le urla dei venditori, le bancarelle che vendono insetti, la musica dei bar per turisti, i massaggiatori che cercano di buttarti sulle poltrone per i massaggi ai piedi che spuntano ovunque come aiuole… amo tutto, tutto mi mancava e non lo sapevo. Ora si mi sento davvero sazia, non era dal cibo che stavo digiunando, ma dalla vita.

Maria è una compagna davvero piacevole per le poche ore che passiamo insieme prima della sua partenza per tornare a casa.

Cambiamo guest house (che sono le pensioni economiche di cui la Thailandia è piena). Andiamo a chiedere nel luogo dove solitamente mi appoggio e per fortuna hanno una stanza.
New Joe Guest house, in un piccolo vicolo parallelo a Kao San Road, lontano dal rumore ma vicinissima alla vita. Questo è stato il primo luogo in cui ho dormito 8 anni fa nel mio primo viaggio in Thailandia e l'ho adorato subito.

Non si può dire che le stanze siano accoglienti, anzi, veramente basiche, letto, un comodino, nessun armadio, un bagno piccolissimo senza piatto per la doccia quindi la doccia diventa il bagno intero (qui è normale così).

Tutta la struttura è vecchia, la manutenzione sembra essere un concetto astratto, ma ha all’ingresso un delizioso ristorante tranquillo, immerso nelle piante, molto fresco, con ottimi piatti e quel gusto del viaggio che, come in ogni luogo magico non ti sai spiegare, ma ti si appiccica addosso e da quel momento non te lo togli più.

Quindi, nonostante sia veramente spartana, non posso che consigliarla con il cuore.

Maria è partita, ma visto questo rinnovato e inaspettato amore per la città, avendola sempre usata come luogo di transito ma mai visitata, decido di fare la turista e restare per qualche giorno.

Voglio visitare il Tempio Wat Po, non è lontano dalla zona in cui mi trovo quindi decido di andare a piedi. Sotto il già cocente sole delle 10.00, ho la terribile leggerezza di chiedere la direzione ad un taxista…

... Mai mai mai! Mai chiedere info ai thailandesi a Bangkok, nemmeno a quelli che sembrano ingenui passanti, ti manderanno di sicuro nella direzione sbagliata, oppure ti diranno che il luogo in cui vuoi andare è chiuso per qualche strana ricorrenza, ma aprirà nel pomeriggio, e tutto questo per costringerti ad affidarti ai taxi o ai tuk tuk. Li odio. Giuro! Questa cosa proprio non riuscirò mai ad ingoiarla.

Comunque, dopo aver sbagliato strada un po’ di volte a causa delle fantasiose informazioni che ricevo, finalmente arrivo al tempio aggregandomi ad una coppia italiana, Dio ti ringrazio, buon sangue non mente! E in questo caso non è solo un modo di dire!

Wat Po è un famosissimo tempio e la scuola di massaggi più antica della Thailandia. All’interno si trova il Buddha sdraiato, prende tutta la lunghezza del tempio per 48 m e 15 di altezza. Devo dire che toglie il fiato talmente è maestoso.

Come sempre entrare nei templi mi riempie l’anima di pace, il fresco che c’è all’interno con tutte le pareti spalancate, i piedi scalzi a contatto con il pavimento e i tappeti, l’odore di incenso, le preghiere dei monaci in sottofondo e il vociferare leggero dei turisti.

Qui c'è l'usanza che una donazione di 20 baht (circa 50 centesimi di Euro) te la cambiano con decine di monetine, ci si mette in fila e una monetina alla volta viene inserita in una riga di ciotole, immagino recitando preghiere o richieste. Io nel dubbio ripeto un grazie per ogni monetina, che non guasta mai.

Vorrei vedere altro, ma fa davvero un caldo insopportabile.

Alla sera giro un po’ per le vie e di nuovo rimango sorpresa da come la mia percezione dell’ambiente sia cambiata. Mi sembra tutto così interessante, piacevole, accogliente. I ristoranti sono semplici e pieni di lucine che sembrano addobbi di natale, locali un po’ più moderni si affiancano a tavolini improvvisati intorno ai carretti degli ambulanti, che fanno i cibi più invitanti e più buoni. Almeno quelli che riesco ad identificare e che non sembrano essere "cose" che saltano o strisciano...

Ma come si fa a descrivere quello che si percepisce nell’aria, quello che si vede e quello che invece, trasparente, ti attraversa come la carezza di un angelo?
No non si può.

Se uno non viene qui a vedere con i suoi occhi, ad annusare, ad ascoltare, non saprà mai quanto pieni possano essere i sensi, quanto nutrita può essere l’anima.

Mi siedo in un piccolo ristorante, il menù è così logoro che quasi non riesco a leggere, il tavolo si muove così tanto che devo restare immobile sennò cado con lui. Ordino un meraviglioso curry, perchè dopo il digiuno l'altra novità è che improvvisamente amo la cucina thai che prima detestavo.

E osservo…

Le persone che passeggiano lente.
I turisti con le gambe ancora bianche.
I thai che passano a piedi o in bicicletta.
Le lucine.
Le bancarelle.


Il tempo sembra quasi rallentare.

I gestori del ristorante giocano con i loro bimbi, perché qui tutta la vita si svolge insieme, non esiste separazione tra casa, ristorante e famiglia. Stanno tutti insieme sempre, quindi mentre mangi è normale vedere la famigliola che fa le sue cose domestiche, vestiti in pigiama, con le moto parcheggiate dentro al ristorante, la figlia che si fa la tinta ai capelli, i bimbi che giocano o guardano la tv, gli animali domestici e non, che girano in cucina e sotto la tua sedia.

Ed è normale così. E’ perfetto così. Tutta la vita in un istante.

Tutta la realtà che normalmente uno tiene per sé nell’intimità delle mura domestiche, qui ti viene sbattuta in faccia.

Guardo i bimbi del ristorante, piccolissimi, di pochi mesi o anni ciascuno, che giocano e ridono e cadono. I genitori un po’ guardano loro, un po’ il gatto, un po’ la cottura del mio curry.
Poi con l’occhio della mente guardo me stessa, lontana dalla vita che chiamo realtà e che conosco da sempre, da sola, immersa in questo strano, stravagante, inebriante momento e
mi sento commossa.

Grazie Dio.

Grazie Geo.


Sorrido.

Bangkok, 18 marzo 2015, mercato galleggiante e tempio delle tigri

Parto per questa escursione di una giornata, e sono piuttosto curiosa.

Nei miei precedenti viaggi in Thailandia non sono mai stata una grande turista, ho sempre preferito godermi il luogo e le persone piuttosto che visitare i posti turistici.

Ma questa volta non so perché ho questa smania di vedere, di conoscere.

È sempre molto facile organizzare escursioni qui, basta andare in un’agenzia di viaggio, o spesso addirittura nel proprio albergo o nella propria guest house, dire dove si vuole andare che di sicuro c’è già un tour preconfezionato, e di solito più che abbordabile economicamente.

Gli addetti dell’agenzia ti vengono a chiamare addirittura dove alloggi, alle volte ti portano con un mini van nel luogo in cui l’escursione vera e propria parte, riunendoti con altri che faranno il tuo stesso giro.

Alle volte ti vengono a chiamare e ti fanno fare diversi giri a piedi, per radunare gli altri partecipanti.

Tutto regolare.

Ti appiccicano addosso un adesivo colorato che indicata la tua destinazione, e a quel punto sei completamente nelle loro mani. In generale molto comodo, in particolare non sai mai cosa succederà.

Arriviamo dopo un paio d’ore al fiume che porta al mercato galleggiante, ci fanno salire su una longtale boat, barche sottili con un timone molte lungo che sembra una coda, da qui il nome, e ci portano fino al mercato.

Qui passiamo sulle piccole barche spinte con una canna di bambù, perché i piccoli rivoli del mercato sono sempre intasati, è impossibile muoversi con marche a motore.

Ma che meraviglia!! Che mondo incredibile si apre ai miei occhi. I più bei colori della merce Thailandese, dalle stoffe, ai Buddha, ai soprammobili, al cibo, tutti esposti lungo le sponde del fiume, che si riflettono sull’acqua creando dei mondi paralleli di specchi ondulati. Non solo, la merce e il cibo viaggiano anche sulle piccole barche.

E ti sembra che tutta la vita ti entri direttamente nel cuore.

Hai tutto a portato di mano, e di vista e di olfatto. Tutto così vicino da sembrarti quasi una seconda pelle. Le persone, le cose , gli oggetti.

Che emozione indescrivibile. sembra di assistere ad uno spettacolo teatrale, di cui tu stesso entri a far parte.

Che immersione totale nell’umanità.

Se desideri acquistare o vedere qualcosa, basta toccarla, e il venditore sulla sponda aggancia la tua barchetta con un lungo bastone ad uncino e ti avvicina per contrattare.

Oppure nel momento in cui le barche si bloccano perché ce ne sono troppe per passare tutte insieme, e succede di continuo, hai il tempo di comprare, di contrattare, di farti fare uno street food al momento, anzi, in questo caso un river food. Incredibile. Ne vale più che la pena!

Lasciamo, a mio malincuore, questo meraviglioso mercato, per andare a visitare il ponte sul fiume Kwai, diventato famoso per un film.

La sua macabra storia racconta degli uomini (militari degli eserciti olandese e americano) che nel giro di poche settimane hanno costruito il ponte, durante la seconda guerra mondiale, e che sono poi stati tragicamente uccisi insieme ad altre decine di migliaia di civili della zona.

La storia è terribile ed affasciante, il ponte è… un ponte. Sarà stato il caldo torrido, ma non posso dire di aver gioito della visita, dopo due fotografie sono dovuta scappare all’ombra.

Ma visita molto più particolare, e ultima tappa del nostro tour, è stato il Tempio delle Tigri.

In teoria queste tigri vivono serenamente e pacificamente nel tempio, addomesticate e coccolate dall’amorevole cura dei monaci. Quindi mi aspettavo di trovarle libere, a gironzolare per il tempio, ovviamente sotto la sorveglianza degli addetti.

Ma aimè le cose non stanno così, questi animali magnifici vengono tenuti incatenati e sicuramente drogati, come se fossero dei fenomeni da baraccone. Tutte, e sono parecchie, in un recinto, come se ce ne fosse bisogno con le spesse catene che le tengono bloccate.

Gli addetti, che non sono monaci, e di monaco ce n’era uno solo, fanno entrare i turisti uno alla volta, o in piccoli gruppi.

Ti prendono per mano, ti fanno avvicinare alla tigre di turno, ti scattano loro la fotografia, e di nuovo ti prendono per mano per condurti alla tigre successiva.

E questi gattoni, perché dell’istinto del predatore non hanno più nulla, sono li, quieti, quasi non si muovono, alle volte si mettono a pancia in su, proprio come un animale domestico.

E tu sei talmente spostato velocemente da un felino all’altro, con questa persona che ti tiene la mano come se fossi un bambino al parco, che quasi non ti rendi conto di quello che avviene.

Certo, all’idea di toccare una tigre, che magari proprio in quel momento non si sa perché potrebbe avere l’unico scatto felino della sua vita e scaricarlo su di te… un po’ di brividini te li mette. E anche la prima che tocchi, anche se è mezza addormentata, è talmente grossa che non ti permette tanto di dimenticare che se solo volesse, tu saresti solo un ciuffo di capelli e un lontano ricordo.

Ma il fatto è che non vogliono, non possono volere nulla, perché della loro natura probabilmente non sanno nemmeno più dell’esistenza, e questo fa veramente tristezza. Fa pena. Fa infuriare.

Ma noi uomini siamo esperti nel togliere la libertà e la dignità agli altri, lo facciamo con i nostri simili, figuriamoci con gli animali.

Anzi, guardando queste tigri, mi sembra di vedere come spesso viviamo noi, che crediamo di essere chissà cosa, i più furbi di tutti, e poi ce ne restiamo ben bene incatenati alla nostra routine, alle nostre certezze, alle nostre paure.

L'unica differenza è che le tigri anche volendo non potrebbero liberarsi perchè c'è l'uomo a tenerle prigioniere.

Noi invece potremmo trovare la libertà, eppure c'è anche lì un uomo che ci tiene prigionieri e quell'uomo siamo sempre noi.

Quindi onestamente non so se tornerei, non posso dire a nessuno cosa fare, e non voglio essere ipocrita nel dire che una parte di me non è stata curiosa, e anche emozionata… ma nella mia anima è restata una ferita… e forse, non ne vale la pena…

Chiang Mai, Thailandia, 22 Marzo 2015

Dopo Bangkok sono arrivata a Chiang Mai, solito bus notturno, solita notte in bianco. Arrivo alle 7 di mattina e mi butto alla ricerca di un posto per dormire.

Ma cos’è successo alla Chiang Mai che ricordavo?

Le guest house in cui dormivo in passato hanno raddoppiato i prezzi, che adesso, un po’ per l’aumento un po’ per il cambio sfavorevole della moneta, costano intorno ai 12-14 €uro, che non è tanto in generale, se non fosse che in passato sono riuscita anche a pagare 3 €uro a notte in una guest house con piscina.

Per fortuna trovo una pensioncina molto economica e comoda, (D. N. House, 2 Soi 1 Ratchadamnoen Rd. Tel. 053-213153) non è tra le migliori che ho visto, ma ha un bell’ingresso fiorito e la stanza è freschissima, cosa da non sottovalutare con il caldo assurdo che c’è già alle 8.00 di mattina.

Sono delusa. Non riconosco più il mio paradiso.

Sembra un posto modaiolo, con bar e ristoranti occidentali, anche questi “costosi”, con le cameriere thai vestite da cameriere… cosa assolutamente mai vista in Thailandia, di solito sono vestite come capita, alle volte sembrano quasi in pigiama, alle volte lo sono veramente!

Mi sento persa, questo è il luogo di cui mi sono innamorata la prima volta in cui sono stata in questo paese. E' il luogo che per me era davvero un paradiso, certo, con tutte le contraddizioni dei paradisi “umani” e non divini, ma mi sentivo a casa, felice, nel mio posto speciale.
Volevo spostarmi subito a Chiang Rai e tornare poi per restare alcuni giorni prima di partire, ma non me lo dice il cuore di lasciare la mia Chiang Mai con questa terribile sensazione, con questa delusione.

E ho fatto bene, dopo qualche ora di sonno vado a fare un giro per i templi… ed eccola di nuovo, la rosa del nord come la città viene chiamata, riecco tutta la sua bellezza che sembrava nascosta sotto strati di trucco.

Come quell’amica che conosci da sempre, con la quale andavi a bere, a ballare, a divertirti e che improvvisamente sembra aver fatto fortuna.

Arriva tutta imbellettata, ti guarda dall’alto in basso come se non fossi quasi più degna di lei e non la riconosci più. Ma poi basta una birra e un po’ di musica, ed eccola lì, di nuovo lei, di nuovo a far casino insieme… certo parlando di templi magari l’immagine non calza… ma eccola qui.

La mia amica.
Il mio paradiso.

È cambiato, ma è ancora il mio luogo speciale.

Per chi ama i templi, o l’immagine del Buddha, come me, Chiang Mai è il posto ideale, ne è letteralmente invasa. In mezzo al nulla o a palazzi grigi, sporchi e fatiscenti, compaiono queste perle di bellezza, piene di colori, intarsi, immagini dell’illuminato. In questa zona ce ne sono a decine, alcuni semplici, alcuni più elaborati.

A colpo d’occhio possono apparire tutti simili tra loro, ma ogni tempio ha la sua particolare energia, alcuni sembra che ti accolgano, altri che ti respingano, altri ancora che ti osservino.

Oltre al tempio centrale, girovagando per il giardino, si trovano sempre altre costruzioni minori, piccoli altari, statue di Lord Buddha, come lo chiamano loro, giardini ormai lasciati incolti, oppure meravigliosamente curati. Ed è questa la parte che amo di più, quella dei segreti, della storia, di quell'immagine che non è perfetta per le fotografie.

Mi piace anche cercare di andare dietro all'altare principale all'interno dei templi. Spesso si trovano vecchi oggetti pieni di polvere, libretti di preghiere, offerte all'illuminato. Mi sembra quasi di poter respirare momenti persi nel tempo, come se venissi catapultata in qualche vecchia cerimonia e riuscissi a vederne le immagini…

... i monaci, il tempio al massimo del suo splendore, i mantra ripetuti in sottofondo.

E io mi sento così appagata, mi basta varcare l’ingresso del giardino, ancora prima di entrare nel tempio di turno, per sentirmi quieta, in pace, protetta, piena d’amore. Forse è per questo che Chiang Mai è un luogo così magico per me.

Di questa mia decisione di restare qualche giorno, ne è causa anche la voglia di vedere il Sunday Market, il mercato che viene fatto ogni domenica.

Nella zona vicino al Tha Pae gate (una delle porte delle antiche mura che circondavano la città) vengono chiuse molte strade per allestire questo mercato meraviglioso.

Per me è uno dei mercati più belli mai visti, forse il più bello in assoluto. È enorme, e bellissimo, è vivo.

I colori delle stoffe delle tribù del nord, il profumo dei cibi, le poltrone per i massaggi ai piedi, le piccole orchestre di bambini che suonano in mezzo alla strada. Le bancarelle piene di luci. La musica Thai nell’aria. Anche i giardini dei templi vengono riempiti di bancarelle e ristorantini improvvisati.

E’ incredibile come la parte spirituale dei templi e quella più materiale della vita, sia così intensamente mescolata, senza separazione. Lo spirito e il corpo, tutto un’unica cosa, come sempre dovrebbe essere.

E per chi ricorda il “freeze” che andava di moda in televisione qualche mese fa, qui ne hanno uno totale, pazzesco.

Alle 18:00 viene suonato un inno al Re, e tutti immediatamente si bloccano, sul posto, così com’erano.

Vi immaginate durante l'immenso sunday market, un’intera città, forse un’intera nazione, di thailandesi e turisti, immobile per un minuto, come se fosse un gioco? Eppure è la loro realtà.

La thailandia, nonostante sia molto cambiata, nonostante stia sempre di più indossando una maschera occidentale, vive ancora delle sue tradizioni, delle sue piccole cose, delle sue superstizioni, delle sue immagini sacre, del suo passato al quale, in fondo, rimane profondamente attaccata.

Si è valsa la pena restare qualche giorno di più, per ritrovarmi di nuovo e finalmente a “Casa”.

Chiang Rai, 25 Marzo 2015

Vado alla stazione dei bus, meta Chiang Rai.

Biglietto da pochi Euro, poco più di tre ore di strada. Rimango sempre affascinata dai paesaggi che vedo mentre viaggio in questi luoghi.

Verde incredibilmente rigoglioso, paesini di palafitte che sembrano stare in piedi per miracolo.

Ogni tanto dal niente spunta un tempio, o imponenti statue del Buddha o di qualche monaco, così, in cima ad una montagna, o in mezzo a campi deserti. Ed io ogni volta resto a bocca aperta per lo stupore e la meraviglia.

Arriviamo senza intoppi a Chiang Rai, e la troviamo… deserta?

Non so come mai, se è sempre così o se è il periodo particolare, prima del Songkran (capodanno Thailandese che si svolge a metà aprile e che attira molti turisti per il festival dell’acqua), ma non c’è quasi nessuno in giro, e questo non mi da una sensazione particolarmente gradevole, arrivando dal bagno di folla del Sunday market di Chiang Mai.

La guest house che ho prenotato, Baan Bua è molto graziosa. La proprietaria non mi fa impazzire perché sembra volermi vendere a tutti i costi delle escursioni, ma alla fine facendo il giro delle altre guest house in zona è la più economica, è vicino a tutto, ha un bel giardino, come piace a me, e un bellissimo tempio ad un paio di minuti, quindi alla fine mi conquista.

Ma sembra non esserci davvero quasi nulla da fare o da vedere, a parte qualche bel tempio.

Finalmente vado a visitare il Tempio Bianco, che fin dal principio è stato il motivo che mi ha spinto a venire qui. Con 20 baht di biglietto (circa 50 centesimi di €uro), prendo un piccolo bus alla stazione locale, e arrivo al tempio poco prima delle 12:00 (dalle 12:00 alle 13:00 il tempio viene chiuso per la pausa pranzo. ???. ).

È meraviglioso, rimango abbagliata dalla sua maestosità. Sembra un palazzo di ghiaccio, un castello delle fiabe, è stupendo, non ho mai visto niente di così magico. Velocemente attraverso la passerella che porta al suo interno. Sembra un sentiero incantato, ogni intarsio, ogni decorazione, bianche come il latte, risplendono sotto i raggi del sole che vanno e vengono tra le scure nubi e lo rendono ancora più surreale.

L’interno è molto semplice, essenziale, molto diverso da tutti gli altri templi che ho visto, piccolo, con pareti gialle spoglie, non è possibile fotografare e rimango un po’ delusa.

Ma quando scoccano le 12:00 e il perimetro viene chiuso al pubblico, il tempio emerge, deserto e immacolato, ancora più maestoso e magico.

È valsa la pena venire a Chiang Rai anche solo per passare pochi minuti in questo luogo sospeso tra la realtà e il regno delle favole, il regno dei sogni.

Vorrei andare a visitare altro, ma ormai da un paio di giorni piove molto, e Chiang Rai sembra ancora più deserta e noiosa.

No, proprio questo posto non fa per me, anche se ha un bel Night Bazar, mercato notturno che sembra una copia in piccolo di quello di Chiang Mai, ed io ovviamente preferisco l’originale. Sono felice di aver portato a termine la mia missione “White Temple” ma me ne vado altrettanto felice…

... di tornare nella mia Chiang Mai...

Chiang Mai, 31 Marzo 2015

Chiang Mai riesce a stupire sempre, anche quando credi di aver già visto tutto.

Questa mattina sono uscita con l’idea di andare a vedere qualche altro tempio, e appena fuori mi sono imbattuta nel corteo per la cerimonia dell’ingresso dei nuovi monaci nel tempio.

Non sapevo nemmeno io cosa fosse, ho seguito la coda di gente, e mi sono trovata davanti ad un tempio bellissimo che non avevo mai visto.

Davanti all’ingresso, delle ragazzine Thai vestite con abiti tradizionali erano in sella a piccoli pony che sembravano danzare al tempo della musica della banda.

Ogni tanto lanciavano coriandoli o monetine e visto che tutte le persone, monaci compresi, si accalcavano per raccoglierne il più possibile, immagino che portino fortuna, denaro probabilmente.

E poi pian piano i monaci più anziani hanno scortato i nuovi monaci vestiti di bianco all’interno delle mura del tempio.

Erano così giovani, così piccoli, quasi dei bambini. Mi si è stretto il cuore all’idea della vita di rinunce alla quale si stanno apprestando.

Qui in Thailandia le famiglie più povere con tanti figli, spesso mandano i più piccoli al tempio per farli diventare monaci, certo possono poi uscirne in qualunque momento, ma gli anni dei bambini? Quelli delle coccole, dei giochi spensierati? Quelli chi glieli ridarà?

Noi spesso cresciamo con delle ferite da abbandono perché magari i nostri genitori ci lasciavano dai nonni, o all’asilo… e loro allora? Come cresceranno?? Piccole creature.

Sempre per caso mi imbatto nel funerale di un monaco molto anziano e venerato. I festeggiamenti durano giorni con tanto di bancarelle e spettacoli in piazza, e la sera del funerale e il giorno seguente, cerimonie nel tempio con cibo gratuito per tutti.

Mi sono trovata nel tempio alla sera ed ero l’unica turista, è stato così emozionante. Mi sono sentita onorata perché ero sull’ingresso del giardino del tempio e mi hanno invitata ad entrare, ma dopo un po’ mi sono sentita di troppo, un'intrusa, nonostante i loro sorrisi e i loro inchini.

Il popolo thai è davvero enigmatico, sempre disponibile e pronto a sorridere, ma allo stesso tempo così propenso al business e ai soldi.

I thailandesi non mostrano mai le loro emozioni in pubblico, quindi spesso mi chiedo quanto di vero ci sia dietro a quel sorriso…

E' meglio qualcuno con un sorriso falso o qualcuno più sincero ma che ti urla in faccia?

E' meglio una dura verità o una bella finzione?

Spesso è strana questa sensazione di avere a che fare con una maschera, anzi, con tante maschere, di far parte di una recita…

... ma poi mi chiedo, a casa, è davvero tanto diverso in fondo?

Bangkok, Thailandia, 9 Aprile 2015

Eccomi alla fine del mio viaggio.

Lascio il centro della città per avvicinarmi all’aeroporto perché il mio volo sarà molto presto domani mattina.

Ho trovato un albergo piuttosto economico, considerata la comodità rispetto all’aeroporto che dista solo 10 minuti di macchina. Si chiama Nest Boutique Resort.

Ero un po' prevenuta perché le recensioni su internet non erano il massimo. Chi diceva che è troppo misero, chi che le stanze sono piccole, chi che vicino non c’è nulla e che quindi sei costretto a stare solo lì.

"Dopo tutto sono le ultime ore", mi dico, "Sopravviverò".

Ma già dal taxi ho capito che davvero il mondo è bello perché è vario. Non solo ho trovato la camera sontuosa rispetto a quelle a cui sono abituata, sotto tutti i punti di vista, ma a 5 minuti a piedi c’è un quartiere, o un piccolo villaggio (qui non capisco mai la differenza), con alcuni negozi, un paio di ristorantini e un centro benessere. Tutto incredibilmente thai, molto più di tutti i luoghi in cui sono stata in questi due mesi.

Alla fine del mio viaggio, quasi per errore o forse perchè davanti all'idea di trovarmi nella scomodità mi sono arresa, ho trovato la Thailandia che cercavo.

Sono l’unica turista in giro, i bambini mi chiamano e ridono curiosi, le persone mi salutano sorridendomi e fissandomi come se fossi uno spettacolo inconsueto.

Ma com’è possibile?

Eppure ci sono diversi alberghi... i clienti, tutti chiusi nelle stanze “strette”, sono troppo presi a lamentarsi per avventurarsi fuori dal viaggio organizzato?

Mentre passeggio curiosando qua e la, vedo un piccolo ristorante all’aperto come piace a me, con pochi tavoli e tante piante. Mi avvicino e una ragazza thai sorridente ed espansiva mi fa accomodare.

Pranzo con uno splendido pa nang curry, mentre un merlo in gabbia mi osserva emettendo urletti striduli e le poche persone della zona passano lente in bicicletta, come se non ci fosse alcun posto in cui devono arrivare.

Nel pomeriggio la stessa ragazza che mi ha preparato il pranzo, mi fa un incredibile massaggio thailandese, da vera maestra, ed io mi chiedo:

Ma com’è possibile che qualcuno con un dono così speciale, viva in un posto sperduto dove quasi nessuno può beneficiare della sua sapienza?!

È possibile che un fiore faccia risplendere il mondo anche se nessuno lo vede?

Di sicuro ha reso luminosa la mia giornata...

e il resto del mondo, beh, forse un giorno imparerà ad uscire fuori da quelle stanze strette…

C’è un grande tempio dal quale posso sentire i canti dei monaci alzarsi a gran voce, con statue del Buddha e di divinità indù accostate le une alle altre. E come sempre, a respirare incenso e pace mi sento accolta, mi sento a casa.

Questa Thailandia, questo viaggio, come ogni volta mi hanno profondamente cambiata.

Magari non in cose troppo evidenti, a parte l’improvviso amore per i cibi piccanti, ma vedo nei miei occhi degli sguardi nuovi, nella mia mente dei pensieri nuovi, nei miei movimenti dei gesti nuovi.

Tutti i viaggi sono così, tutti i luoghi, tutta la vita.

Puoi avvicinarti e basta, difendendo quello che sai di te, quello che credi di essere e che non sei disposto a cambiare, quello che credi di avere e non sei disposto a lasciare andare.

Ti avvicini e basta, ai luoghi, alle persone, alla vita, sperando che non ti portino via niente, che ti scalfiscano appena un po’, che restino fuori dalla porta.

Oppure puoi spalancarla quella porta per far entrare luce, persone e vita.

Puoi lasciarti travolgere fino a non sapere più che sapore avesse la tua storia di prima, mentre la vivevi pensando ad altro. Che volto avessi tu mentre ti osservavi allo specchio pieno di pensieri che non volevi avere.

Lasci che tutto entri, in quella stanza che stretta in fondo non era, e può contenere l’universo intero e cambiarlo e rovesciarlo e ripulirlo, fino a restituirti un te stesso diverso.

Un te stesso nuovo che forse sopravviverà in quello specchio giusto il tempo del ritorno a casa, ma che per anche un solo sguardo così vero, spensierato e felice che ti fissa attraverso lo specchio ora, è valsa la pena prenderlo 1, 10, 1000 volte quel volo di andata.

Faccio ancora qualche passo fino a raggiungere il ponte che avevo intravisto dal taxi. Sugli argini del fiume ci sono piccole abitazioni su palafitte, una fermata per le lunghe e sottili barche che fungono da bus, bambini che giocano e vendono pane secco da buttare agli enormi pesci e farli saltare fuori dall’acqua.

Ferma sul ponte osservo l’acqua che scorre lenta, il sole inizia a tramontare colorando il cielo e il fiume, il vento muove delle bandiere accanto a me. Poco più in là vedo il tempio e le persone in bicicletta, i piccoli negozi pieni di oggetti indecifrabili, i sorrisi dei ragazzini thai che tornano da scuola.

Seguo con lo sguardo l’unica strada che porta al villaggio, al ristorante pieno di piante con il merlo che ti osserva mentre mangi, al centro massaggi, ai pochi metri in cui terminano i negozi e ci sono piccoli chioschi di venditori ambulanti e muretti pieni di bouganville che conducono fino al mio albergo.

Ripenso alla recensione su internet che diceva, stizzita, che vicino all’albergo non c’è niente.

Riguardo tutto ciò che mi circonda e tra me e me penso:

Caro amico ognuno la pensa come crede, tu questo lo chiami niente, ma io questo niente lo chiamo Thailandia.

Questo niente io lo chiamo vita.

Articolo inserito da Massy il 13/06/2015.

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